mercoledì 5 febbraio 2014
Pezzi
Un mio amico oggi mi ha detto "Credo che questo rapporto con Mara mi abbia snaturato. Se torno me, non lo permetterò più."
Conosco quella sensazione, snaturato rende bene l'idea, è come perdere la propria identità.
L'aver condiviso così tanto e così profondamente la tua vita con qualcuno, ti toglie la tua unicità.
Quando ne esci, ti senti la versione meno netta di te stesso, una sorta di ricordo non nitido. All'esterno per gli altri nulla è cambiato, sei sempre il solito, ma tu, dentro di te, lo avverti che in quegli anni la tua persona è stata mischiata con un'altra e quando finisce, è uno strappo. E gli strappi non sono mai nitidi, lasciano sempre spuntoni qua e là, pezzi persi.
Ecco perché si dice "ne sono uscito a pezzi". È molto più complesso di quanto sembri, non riguarda il dolore, significa ne sono uscita rotta, i pezzi sparsi in giro, e non sai se sono tutti lì o ne manca qualcuno, se sono tutti tuoi oppure no, se puoi ricomporre il puzzle come era prima.
Forse dovresti solo rinunciare a quel puzzle e costruirne uno nuovo, con i pezzi che ti rimangono. Ma allora, saresti costretto a buttare via dei pezzi, e a cosa rinunci? A quale parte di te stesso rinunci? Ma forse è solo la paranoia che ha preso il sopravvento, la cara, vecchia paranoia.
In realtà se sei bravo abbastanza, riesci a costruire un nuovo puzzle e lo fai senza rinunciare a nessun pezzo.
Anzi, potrebbe capitare che non ti vada poi così male. Potrebbe essere persino migliore dell'originale.
Se sei bravo abbastanza.
martedì 4 febbraio 2014
La ragazza che voleva presentare
Sapeva che il suo era un dono naturale, innato, poichè ogni volta che si trovava fra i suoi amici, soprattutto quando c'erano persone nuove, le veniva spontaneo usare le sue doti.
Così un giorno stanca di reprimere i suoi desideri, affrontò la madre che prospettava per lei una vita da laureata disoccupata e le disse "Mamma, io voglio fare la presentatrice" la madre stupita le rispose "La presentatrice, ma cosa significa? Cosa stai blaterando?" La ragazza per una volta fece appello a tutto il suo coraggio, all'ardore che le bruciava in petto e le disse alzando la voce, forse per la prima volta in vita sua "Io voglio presentare! Io voglio presentare!" La madre comiciò a ridere "Ma cosa pensi di fare? Ti sei guardata? Tu non ne hai le capacità" e allora la figlia si ritrovò a vivere la scena che tante volte aveva rivissuto nella sua mente, finalmente le avrebbe dimostrato di che pasta era fatta, perchè lei sapeva di essere capace "Io te lo dimostrerò" La ragazza abbassò lo sguardo, sembrava in trans, era come se dal suo corpo provenisse una nuova luce, e quando alzò finalmente il viso, gli occhi che la madre vide, non furono quelli di una timida e impacciata ragazzina, ma quelli di una donna decisa. Si apprestò ad udire il monologo della figlia, la mente aperta e tesa ad ascoltare e finalmente la donna parlò "Mamma, questo è Andrea" un ragazzo entrò all'improvviso in cucina sorridendo e tendendo la mano alla madre, la madre stupita, un po' confusa allungò automaticamente la propria e strinse quella mano che le veniva offerta "Andrea, questa è mia mamma" Il ragazzo, sorrise alla madre e poi cominciò ad applaudire la ragazza. Il volto della madre si accartocciò in una smorfia di irritazione e con voce stridula, sentendosi burlata dalla propria figlia le disse "Cosa diamine significa questa messa in scena? Sei impazzita o cosa?" "Mamma non capisci, ti ho mostrato il mio dono" calò un silenzio carico di attesa fra le due "Mamma, te l'ho detto, io voglio fare la presentatrice." Il silenzio e la tensione erano quasi palpabili, materiali, quando finalmente quella ragazza oramai donna disse "Io, voglio presentare la gente"
Tratto da "La ragazza che presentava la gente" ispirato al film, ispirato ad una storia vera "L'uomo che usciva la gente"
lunedì 3 febbraio 2014
Noi siamo quello che facciamo
Girovagando senza alcun senso su feisbuc, così come faccio di solito, in preda ad una specie di trans da vuoto, ho letto queste parole: noi siamo quello che facciamo.
Questa frase mi ha colpita all'istante e mi ha anche spaventata. Perchè se noi siamo quello che facciamo, e di cose sbagliate ne ho fatte nella mia vita, allora io faccio schifo.
Sapete, è come avvenuto un cambiamento dentro di me, è come se una sorta di insensibilità si fosse diffusa nel mio corpo, facendomi comportare come in passato non avrei mai fatto. È arrivata fino agli occhi, facendomi vedere le cose in maniera diversa.
Ho perso l'empatia. Ed il giusto e sbagliato sono diventati meno netti, meno forti.
Eppure non del tutto.
Altrimenti non sarei qui a pensare queste cose.
Ma d'altronde se siamo quello che facciamo, allora abbiamo diritto anche ad una sorta di redenzione, perchè se siamo ciò che facciamo, possiamo fare di meglio e diventare migliori.
Potrebbe avere un senso, come pure potrebbero essere solo un mucchio di pensieri che vagano alla deriva di un lunedì pomeriggio.
Quei pomeriggi che sembrano quasi primaverili quando li guardi dalla finestra di camera tua, ma poi quando esci, scopri che la realtà è fredda.
E quindi, nonostante tutto, se siamo quello che facciamo, e noi tutti abbiamo una cosa in comuna, si sa, facciamo la cacca, non importa quanto ci impegneremo, resteremo comunque tutti delle merde.
Iscriviti a:
Commenti (Atom)